NOTE DI REGIA
“Se lo dicono tutti, vuol dire che è vero…”
Ma forse, proprio perché lo dicono tutti, occorrerebbe stare particolarmente attenti. Occorrerebbe documentarsi per bene, prima di scrivere o semplicemente dire la propria su qualcuno.
Perché le parole sono spade. Possono uccidere.
E se per superficialità, o per pigrizia, ci limitiamo a ripetere quello che abbiamo sentito dire, sui giornali, in televisione, nella riunione di condominio, al bar sotto casa, sul posto di lavoro, se ci ritroviamo ad assimilare delle voci che abbiamo sentito su quella persona, queste voci ci entrano dentro in maniera silenziosa, subdola, come un virus che si propaga nel nostro corpo senza che il nostro sistema immunitario possa combatterlo. A quel punto diventiamo tutti degli untori che, magari inconsapevolmente, mettono un marchio a fuoco addosso ad una persona.
Un marchio indelebile.
Le voci possono fare dei danni irreversibili.
Anche le voci positive possono fare danni se riguardano dei mascalzoni, nel senso che possono permettere loro di continuare a delinquere, per un certo tempo, protetti da una sostanziale impunità che prima o poi diventerà incredulità, e solo molto tardi potrebbe tramutarsi in sdegno o condanna. Come diceva Lincoln puoi ingannare un gruppetto di persone per parecchio tempo, o un grosso numero di persone per poco tempo, ma non puoi ingannare tutti per molto tempo. Questo per quello che riguarda i preconcetti positivi.
Le voci negative, al contrario, sono resistentissime. Si attaccano addosso alla persona colpita come delle piaghe dermatologiche, visibili a tutti, pubbliche. E sono molto rapide, nel propagarsi. Possono letteralmente dilagare.
Forse è anche per questo che la calunnia, la diffamazione, sono sempre state considerate dei reati penali particolarmente pesanti. Perché tutti sappiamo quanto è difficile sradicare una cattiva voce che si è sparsa.
Il problema è che se qualcuno conosce bene questo meccanismo dell’animo umano, potrebbe usarlo a suo vantaggio, con poca fatica. E’ la forza delle voci che farà il lavoro. E’ la fisiologica attitudine umana a sparlare, ad attribuire il Male all’Altro, che ne sarà il formidabile motore.
È quello che cerco di dire, con questo film: può bastare una piccola boccetta di veleno versata nella cisterna, per avvelenare tutta l’acqua di una città. O anche semplicemente per assopirne le capacità di giudizio dei suoi abitanti.
Questa storia vorrebbe essere un omaggio all’indipendenza del pensiero, alla capacità e alla volontà di andare fino in fondo nella ricerca della verità, per quanto improbabile o intollerabile possa essere. E in un momento come questo, dove è diventato molto di moda attribuire rapacità e spregiudicatezza tout court ai mezzi di comunicazione, mi è sembrato che la giovane giornalista del quotidiano di provincia, con la sua indomabilità nel non guardare in faccia nessuno, ma anche con il suo essere pronta a fare marcia indietro nel momento in cui pensa di essersi sbagliata, e il suo mettersi in discussione e in lotta contro un Sistema che non prevede la possibilità di autocritica, fosse un ottima metafora per riaffermare una certezza che credo appartenga un po’ a tutti: la verità non trionfa da sola, soprattutto nel tempo breve. E dunque bisogna accettare di dover combattere, sempre e comunque, contro le Voci, se si vuole impedire che facciano danni, a volte irreparabili.
Stefano Reali
Dialogo con Enzo Decaro, Bianca Guaccero e Anna Kanakis
Enzo Decaro: "Il film intende lanciare un monito ai media, un invito a moderare i toni, a non dimenticare mai il valore del rispetto del cittadino e soprattutto a considerare il rischio di incorrere in errori, che spesso sono difficilmente risanabili. L'avvertimento del Presidente Napolitano: ''Attenzione a non cadere nel sensazionalismo. I giornalisti siano consapevoli delle ricadute che può avere la denuncia indiscriminata e magari approssimativa" è un chiaro segnale dell'attualità dell'argomento.
Bianca Guaccero: "I media hanno il potere di modificare per sempre la vita di alcune persone. Interpretando il ruolo di Lidia Roccella ho imparato a comprendere meglio la grande macchina giornalistica e a riconoscere il potere che ha di far diventare enorme anche una 'piccola voce' e verità un sospetto".
Enzo Decaro: "Credo sia importante che il pubblico venga sensibilizzato su questo tema, che impari a nutrirsi delle notizie dei media senza mai fare di un'opinione un giudizio. Perché ciò che accade al mio personaggio, Sergio Giansanti, potrebbe capitare a chiunque: ritrovarsi improvvisamente su tutti i quotidiani accusato ingiustamente da una serie di coincidenze. A quel punto anche una persona stimata e rispettata viene guardata con occhi diversi e diventa difficilissimo convincere della propria innocenza, anche con le prove in mano".
Anna Kanakis: "E' verissimo, e spesso accade che l'integrità della persona venga messa in dubbio anche dai familiari e dagli amici. Questo è un altro punto chiave del film che offre lo spunto per interessanti riflessioni: le illazioni dei media hanno il potere di insinuarsi anche tra gli affetti. Nei panni della moglie del dott. Giansanti, Claudia Lepore, ho vissuto il dramma di una donna che vede vacillare l'equilibrio della propria famiglia e da un giorno all'altro rischia di ritrovarsi sotto lo stesso tetto con un estraneo: un uomo che ha sempre stimato, da tutti considerato una persona trasparente d'un tratto si trasforma ai suoi occhi in un potenziale omicida. E il confine che separa il 'Bene' e il 'Male' diventa sempre più labile".
Enzo Decaro: "E' il male dei giorni nostri: si vive in una realtà dove i "buoni" e i "cattivi" non sono più riconoscibili. Sergio Giansanti è un personaggio ricco di sfaccettature: ha fede nella scienza, al punto di fare della sua professione una missione di vita, e adora la sua famiglia, ma ha una personalità molto complessa. Interpretarlo, confrontarmi con lui, conviverci è stato per me come vivere l'ebbrezza spericolata del volo di un Icaro contemporaneo: da una parte attratto verso l'alto da un insopprimibile moto di libertà ed evoluzione, fuori dagli schemi abituali cui, da ricercatore quale è non può sottomettersi ("La scienza non ha per me un suo significato se si arrende davanti alla malattia e alla sofferenza, intese come inevitabili"), e dall'altra intrappolato nelle leggi della gravità che lo trattengono e lo legano alla materia, alle convenzioni sociali, etiche e morali, oltre che professionali. Trovare il punto di equilibrio per non precipitare non è semplice. Soprattutto se nel vento soffiano "quelle voci che uccidono", intrise di menzogna o, peggio ancora, di verità costruite, che incarnano un'ingiustizia a cui ognuno di noi rischia di essere esposto con ben poche possibilità di difendersi.".
Bianca Guaccero: "Anche il personaggio di Lidia ha un rapporto complesso con l'etica: è una ragazza tenace, intraprendente, ma il suo mestiere la mette continuamente di fronte a una scelta: raccontare un fatto per quello che è o attribuirgli un significato. Interpretare questo ruolo da un lato mi ha dato la possibilità di realizzare un sogno che avevo da bambina, scatenare la curiosità e la passione che ho per la scrittura e diventare giornalista; dall'altro mi ha dato modo di maturare non solo professionalmente. Concentrarmi in una recitazione completamente nuova, usare un linguaggio tecnico e dinamico, ha affinato sì le mie qualità di attrice, ma vivere il dramma di Lidia mi ha arricchito soprattutto dal punto di vista umano. Mi sono trovata a fare i conti con una grande responsabilità, quella di imparare a dosare e a calibrare l'uso delle parole, parole che possiedono un potere enorme e che sono grandi messaggere d'amore. Ma che possono anche rovinare per sempre la vita di una persona". |